lunedì 26 settembre 2016

Il no profit che si approfit: lo scandalo della raccolta fondi solidale.

Questo l'articolo sul mondo sommerso del precariato nel settore del Non Profits, scritto da Germano Milite, giornalista e fondatore di Young, giornale indipendente on-line.






Un tempo gli schiavi non venivano pagati e, magari, avevano anche una ciotola con pane raffermo e acqua. Oggi, la nuova frontiera, è addirittura farsi pagare da chi lavora, scaricandogli addosso tutto il rischio d’impresa oltre a fargli subire la beffa del compenso a provvigione.

Ma andiamo con ordine e partiamo da una rievocazione immaginifica che vi aiuterà a comprendere fin da subito di chi parliamo: avete presenti quei banchetti con poster, locandine e depliant firmati Telethon, Save The Children, UNHCR ecc? E avete presenti quei giovani sempre sorridenti in pettorina colorata che tentano in ogni modo di fermare più passanti possibili per spingerli a sottoscrivere una donazione? Bene: questi ragazzi si chiamano “dialogatori” e sono l’ultima ruota di un carro che muove un business considerevole, sfruttando a volte i più ingenui (e/o disperati) con false promesse di elevati guadagni e, ovviamente, il senso di colpa dell’uomo occidentale, disposto magari a sborsare 20/30 euro al mese per uno o più anni al fine di ripulirsi la coscienza per le emergenze umanitarie causate (anche) dal suo stile di vita.

INFILTRANDOSI NEL NO PROFIT CHE SE NE APPROFIT

Già l’anno scorso mi ero infiltrato in una di queste società di marketing, con sedi sparse in tutta Italia e facenti capo alla dicussa Appco Group, azienda australiana collegata a sua volta alla Cobra Group, multinazionale londinese già finita nel mirino di realtà come la BBC ed il Daily Mirror per le sue pratiche di arruolamento ed il modo in cui tratta i suoi collaboratori.  In particolare, su Wikipedia si legge ad esempio che “le critiche sono spesso riferite alle tecniche di reclutamento considerate ingannevoli, i bassi guadagni, le molte ore lavorative richieste e le invasive tecniche di persuasione”. Non solo: Cobra, attraverso la rete di società organizzate in un sistema simile a quello piramidale, promette anche enormi guadagni potenziali ai nuovi collaboratori. Tuttavia, sempre da Wikipedia, si legge infatti che: “Uno dei punti più controversi è che venga decantato un sistema di promozione interno che dovrebbe portare i lavoratori all’apertura e gestione a proprie spese di una nuova filiale. Detta condizione si dovrebbe verificare mediamente entro i primi 12/16 mesi dall’inizio della collaborazione, ma diverse voci lamentano la non veridicità di questa affermazione. In ogni caso, la maggior parte dei lavoratori che ha raggiunto tale ruolo ha comunque accusato notevoli perdite di denaro ed innumerevoli filiali sono così state portate all’indebitamento e al fallimento”.

E non è un caso che esistano numerose aziende, tutte rigorosamente srls, ovvero società a costituzione semplificata, sparse su tutto il territorio nazionale. Nella sola Campania spuntano come funghi. Fino all’anno scorso, ad esempio, Infojobs era letteralmente infestata degli annunci (tutti identici ed ossessivamente riproposti) delle varie Becas Marketing, Xeena Marketing e Life in Motions. Da qualche tempo né è sbucata una nuova, sempre dal nome anglofono: la Hof Company. Pagina Fan di Facebook con i consueti volti sorridenti dei ragazzi in pettorina colorata, post ricondivisi direttamente dalle pagine fan ufficiali di realtà come Save The Children ed UNHCR o anche Unicef e WWF, sito aziendale a dir poco imbarazzante e selezione perpetua di nuovi candidati “anche senza esperienza” e con “attitudine al lavoro di squadra” ai quali vengono promessi stipendi mensili dai 900 ai 1500 euro. Se cercate su Google la parola chiave a coda lunga “Hof Company Infojobs”, vi compariranno una serie di annunci fotocopia, per lavori a Pescara e a Napoli. Il contenuto è identico: l’azienda, presentata al solito come “realtà australiana”, starebbe ristrutturando il proprio organico e per questo si dice in cerca di nuovi giovani “dinamici e ambiziosi”. Naturalmente la società in questione è “leader nel settore” e promette appunto uno stipendio fisso. Ho segnalato diverse volte questi annunci assurdi ad Infojobs, anche perché sono ripetuti in maniera veramente ossessiva e rappresentano un vero e proprio spam. Ma a quanto pare, il noto sito di recruitment, è interessato solo ad incassare denaro e non cura minimamente la qualità degli annunci pubblicati.

PROMESSO UN FISSO MENSILE CHE POI NON ESISTE

Come abbiamo detto, infatti, il primo e più grave elemento fuorviante è rappresentato dall’indicazione di un compenso fisso, che naturalmente non esiste, essendo di fatto quello proposto un tipico lavoro a provvigione, con contratto di prestazione occasionale: guadagni solo se vendi. Ma l’aspetto clamoroso e per molti diabolico di queste realtà non si ferma alla mera pubblicità ingannevole. Come abbiamo accennato in incipit, infatti, il sistema può addirittura far ritrovare indebitato il povero dialogatore, che si è magari spaccato la schiena, rimanendo per ore in piedi e tentando di fermare più passanti possibili. A tal proposito, oltre ad essermi infiltrato personalmente nel 2015 ai colloqui di selezione organizzati dalla Life In Motions (qui il mio articolo), ho voluto raccogliere le testimonianze di altri ragazzi e ragazze che hanno lavorato per queste società e si sono ritrovati, udite udite, a dover loro dei soldi.

LE TESTIMONIANZE: “LAVORAVO, MA ALLA FINE DOVEVO IO DEL DENARO A LORO”

Ma come è possibile lavorare per un mese intero senza sosta e trovarsi con un -100 euro in ricevuta? Il meccanismo, come detto, è ben studiato per ridurre a zero i rischi per la srls e per le ONG. L’azienda, durante il recruitment, promette lauti guadagni ed alte provvigioni alle nuove reclute, spedendole poi a lavorare per ore (con un contrattino di prestazione occasionale) in centri commerciali, piazze, stazioni ferroviarie ecc. L’accordo sembra semplice: più sottoscrizioni porti, più guadagni. Ed il sistema ricorda molto da vicino quello (illegale) del multilevel: inizi da “soldato semplice” e, raggiunte un tot di vendite, avanzi di livello e puoi avere altri neofiti in squadra, guadagnando in scala anche dal loro lavoro. Sali sempre di più nella struttura fortemente gerarchica ed arrivi (ti dicono) fino a poterti permettere l’apertura di una società tutta tua, con tanto di sede, collaboratori e guadagni da urlo.
Wow: aiutare quei poveri bimbi con il pancione gonfio e le mosche negli occhi è proprio un bel business, ti spingono a pensare. Basta convincere qualche occidentale benestante a versare almeno 10 euro al mese per un annetto ed il gioco è fatto. Ma è proprio qui che sta l’inghippo: la società riconosce ai dialogatori una provvigione su ogni “abbonamento solidale” sottoscritto, a patto però che questo abbonamento duri almeno sei mesi. In caso contrario, la fee precedentemente accordata viene stornata e quindi va restituita il mese successivo.
Facciamo un esempio per capirci meglio, raccogliendo la testimonianza di un ex dialogatore che mi ha scritto: “Ho iniziato a lavorare per la RC Company srls dopo aver visto un annuncio di lavoro su Infojobs. Promettevano un fisso dai 900 ai 1200 euro al mese, viaggi all’estero, formazione ed eventi. Ricordo bene il primo giorno di colloqui, con la tv della sede che mandava in loop il film “The Wolf Of Wall Street”. Parlai anche con una ragazza, molto giovane, che mi raccontò brevemente ed entusiasticamente della sua carriera all’interno della società. Era partita da zero ed ora aveva un’azienda tutta sua. Dopo la fase di selezione e la giornata di formazione, ecco però la prima delusione: nel contratto che mi fecero firmare non era previsto alcun compenso fisso, ma solo un pagamento a provvigione. Decisi comunque di accettare e provare, visto che le provvigioni parevano buone. Ci fu un periodo di circa 2 mesi durante il quale vidi effettivamente i primi guadagni. Anche se comunque piuttosto magri ed ottenuti con turni di lavoro parecchio duri. Dal terzo mese, però, non potei lavorare, dovendo aiutare un mio parente nella gestione del suo negozio. Tornato alla RC Company dopo aver compilato con uno zero la mia ricevuta del mese precedente, iniziarono a comparire diversi “rejects”. I rejects sono in pratica gli abbonamenti che hai ottenuto ma che vengono disdetti prima del tempo minimo di sei mesi. Ogni disdetta, provoca uno storno sulle provvigioni future ed un segno meno in ricevuta. La mia segnava -135 euro in tutto. Così lavorai un altro mese per cercare di tornare in positivo, ma la ricevuta successiva segnava ancora – 80 euro, perché le adesioni fatte non coprivano quelle stornate. Il mio debito totale era quindi salito a più di 200 euro. A quel punto parlai con il responsabile e gli dissi che volevo andare via. Senza scomporsi, mi disse che ovviamente ero libero di andare, ma che a quel punto avrei dovuto restituire subito i soldi, di tasca mia. Quindi lavorai un altro mese e le prime due settimane totalizzai 550 euro circa di provvigioni. Sfiancato da quei mesi di duro lavoro e sicuro di aver estinto il mio debito, lasciai la società senza calcolare neppure l’eventuale saldo positivo che avrei potuto richiedere. In tutto ed escluso il mio debito, infatti, c’erano circa 300 di guadagno euro ed il mio owner mi promise che, nel caso non ci fossero stati altri rejects nei mesi seguenti, mi avrebbe rimborsato la differenza entro 90 giorni. Tale differenza non mi è mai stata data. Evidentemente, hanno disdetto tutti quelli che avevo fatto firmare”.

UNA STRANA RICEVUTA, PER NULLA TRASPARENTE

Di seguito riportiamo la ricevuta di un’altra ragazza, che ha lavorato per la stessa società romana e si è ritrovata con 144 euro di provvigioni accumulate e ben 274 euro di rejects totali, con una differenza di oltre 100 euro, al netto di tasse ed Irpef.

 
In pratica funziona così: nel primo mese magari chiudi 20 abbonamenti che ti portano 300 euro di provvigioni, conteggiate e fatturate con ricevuta. Nei mesi successivi, però, questi abbonamenti vengono disdetti e di conseguenza la provvigione precedentemente accordata viene stornata, anche completamente. Se nessuno dei 20 abbonamenti raggiunge i sei mesi, infatti, semplicemente quei 300 euro ti saranno stornati dalle ricevute seguenti. E se le nuove provvigioni non coprono le precedenti (ad esempio, nei mesi successivi hai ottenuto solo 15 abbonamenti per 200 euro di provvigione), il saldo sarà negativo. E così via: chi si trova al gradino più basso della piramide gerarchica, è quello che lavora di più e guadagna di meno, in un sistema che ricorda troppo da vicino il multilevel marketing divenuto illegale da tempo.
 
 
Tra l’altro, per motivi di privacy, le sottoscrizioni annuali o semestrali annullate anzitempo devono rimanere anonime e bisogna quindi fidarsi del conteggio effettuato dall’azienda, che potrebbe quindi anche barare sul numero dei rejects. Le testimonianze raccolte, mi hanno confermato che di norma non venivano comunque lasciate copie delle richieste d’annullamento, ma venivano esclusivamente date delle tabelle grossolane con elencate le motivazioni (carta scaduta, donazione mensile annullata ecc). Non stiamo dicendo che società come la RC Company inventino i rejects, ma di sicuro la garanzia di trasparenza nei confronti del collaboratore non esiste e le organizzazioni non fanno nulla per favorirla. Tra l’altro è anche plausibile un’alta percentuale di disdette, date le modalità piuttosto aggressive con le quali i dialogatori vengono addestrati ad ottenere la firma sul contratto. Vieni convinto in pochi secondi e, dopo un paio di mesi, guardando quell’addebito di 15, 20 o 30 euro, decidi che non vuoi può continuare e chiedi l’annullamento. Alcune carte di credito effettivamente scadono e poi il proprietario ne approfitta per non rinnovare la donazione.

LA FORMULA DEI REJECTS E’ ILLEGALE DAL 1999

Dal canto loro le aziende coinvolte si difendono sostenendo che, con l’utilizzo dei rejects, tutelano le stesse multinazionali del no profit e scoraggiano “furbate” da parte dei dialogatori, che magari potrebbero convincere amici, parenti e conoscenti ad effettuare finti abbonamenti semestrali ed annuali che poi vengono disdetti poco dopo. Tuttavia, a parte ammettere in questo modo di non essere capaci di scegliere con accuratezza i propri “agenti”, come pure le aziende serie sanno e devono saper fare per sopravvivere, in tal modo queste srls ammettono pubblicamente di mettere in pratica uno schema illegale dal 1999, definito un tempo come “star del credere”. In pratica, per l’appunto, un tempo gli agenti commerciali potevano essere costretti a sobbarcarsi il rischio d’impresa totalmente, vedendosi stornate commissioni precedentemente accreditate se il cliente da loro contrattualizzato non onorava l’accordo preso. Questa formula contrattuale è stata però abolita dalla cosiddetta “legge comunitaria” oramai quasi 20 anni fa ed è quindi assolutamente illegittima, soprattutto se applicata verso giovani senza la minima esperienza (ed aggiungeremmo la minima malizia per pensare di truffare in maniera continuata l’azienda per la quale lavorano). Quindi, al di là delle rivendicazioni degli ex collaboratori e delle difese d’ufficio degli attuali responsabili delle aziende menzionate, esistono già due chiare violazioni di legge:
  • Indicazioni di un compenso mensile, definito come “stipendio” all’interno dei numerosi annunci di Infojobs, che non è in realtà previsto dal contratto poi proposto
  • Utilizzo massiccio, continuativo e strutturato dell’abolita ed illegale pratica dello “star del credere” attraverso il conteggio dei “rejects”
Basterebbero già questi due elementi, per mettere in seria crisi un sistema che va avanti da diversi anni ed accresce giornalmente il proprio volume d’affari. 

MA DOVE FINISCONO I SOLDI CHE DONIAMO?

Io stesso sottoscrissi una donazione fissa di 15 euro al mese, con Medici Senza Frontiere. Dopo oltre un anno, decisi di disdire, perché venni a sapere che buona parte (troppa parte) delle mie donazioni serviva prima di tutto a pagare l’enorme macchina del marketing e della gestione e preferii così fare beneficenza in maniera più diretta. Nei mesi successivi ricevetti diverse chiamate che, in maniera piuttosto insistente, mi chiedevano di ridiventare sottoscrittore e quasi mi costringevano a giustificarmi per la mia disdetta. Interessante sapere, a questo punto, a chi finiscono poi i soldi di un eventuale “vecchio cliente” che torna a pagare un fisso mensile. Dubito che vadano a chi si è visto stornare in precedente la provvigione legata al mio contratto disdetto.
Nel frattempo, un’altra testimonianza, mi conferma che occorrono ben sette mesi prima che l’organizzazione per la quale si fa la raccolta (ad esempio Save The Children) veda dei proventi. Tutto il denaro che circola prima, serve per finanziare la rete di srls, i loro titolari, i team leader e via via tutte le figure che si trovano nella scala gerarchica, fino all’ultima ma fondamentale ruota del carro.
Ma quanto guadagna un dialogatore? Ancora una volta, posso raccontare la mia esperienza diretta ed avere conferma nelle parole di un altro ex collaboratore della Rc Company, che mi racconta:“In pratica un adesione mensile di 30 euro viene pagata al dialogatore 70 euro ( e all’agenzia di marketing 110 euro, per un totale di 180 euro di spese per l’ente umanitario)”.
Quindi, a fronte di 360 euro di donazione annuale totale, 70 vanno ai ragazzi che vi strappano la firma sul contratto e 110 all’agenzia che li recluta e forma. Il resto finisce all’ente, che provvede poi a gestirlo. Parliamo quindi del 50% della donazione che viene allocato al marketing diretto. Se poi decidete di disdire l’abbonamento solidale dopo 5 mesi, il ragazzo che ve l’ha fatto sottoscrivere non becca un centesimo. Su che fine faccia il denaro da voi versato fino a quel momento non si hanno informazioni certe, ma di sicuro a qualcuno andrà e dubitiamo che questo qualcuno sia il bimbo denutrito o il rifugiato di guerra che vedete in foto.

USIAMO L’HASHTAG “#ILNOPROFITNONSIAPPROFIT”

Di sicuro, un’organizzazione simile, soprattutto considerando gli enti, le realtà e le cause coinvolte, non ha nulla di etico e non può continuare a muoversi in maniera tanto spregiudicata. Magari sarà anche perfettamente legale, o giacente in quel classico limbo border line dove si muovo tante aziende, ma realtà come Save The Children, il WWF o addirittura l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, dovrebbero preoccuparsi di più del modo in cui viene gestita la copiosa raccolta fondi che affidano in outsourcing. Del resto, come ricorda anche il Corriere della Sera, nel 2014 la sola Unicef ha raccolto la bellezza di 14 milioni di euro e, di questi, circa 2/3 sono stati portati proprio da questo esercito di dialogatori. 
McDonald’s ha pagato caro lo scandalo che coinvolse alcuni suoi fornitori di carne, la Apple ha avuto non pochi problemi con la FoxConn e in entrambi i casi non ci riferiamo comunque ad ONG ed enti no profit. Sarebbe dunque opportuno maggior controllo sulle condizioni di lavoro dei ragazzi che da anni si riversano nei luoghi pubblici, spinti dalla voglia di guadagnare e, a volte, anche dal sincero desiderio di aiutare il prossimo.
Trasformare poi l’apporto economico solidale in una macchina da soldi senza scrupoli, che sfrutta i più ingenui e brucia quantità impressionanti di denaro in solo marketing e promozione, ci sembra sul serio molto poco dignitoso e parecchio scandaloso. Lontano anni luce dallo spirito di chi dice di battersi per i più poveri e sfortunati.
Intanto noi twitteremo #IlNoProfitNonSiApprofit su Twitter, taggando gli account delle principali realtà coinvolte. Voi, se volete, potete aiutarci a diffondere il messaggio: non vi costerà 30 euro al mese e potrà magari cambiare qualcosa.

di Germano Milite